STATISTICHE DEL SITO

Visite agli articoli
230351

Login Form

Perché scrivere in piemontese?

L’ardua decisione di passare da una lingua nazionale e da uno stile usurato ad uno nuovo o addirittura ad una lingua regionale, (come ci fa notare il professor Sergio Maria Gilardino) era già stato il cruccio di Luigi Capuana e di Giovanni Verga (poi di Pavese e Fenoglio): essi abbandonarono il romanzo tradizionale per le forme sintattiche e lessicali della lingua dialettale lasciando in merito dichiarazioni precise (“fino a quando ci culleremo nella solita nenia delle frasi lisciate da cinquant’anni non avremo una vera e seria opera d’arte in Italia” G. Verga)

Perché dunque poeti e scrittori cambiano lingua e passano improvvisamente da quella nazionale a quella regionale? Come asserisce ancora Gilardino, in queste TRANSUMANZE c’è ben più che la scelta d’un ventaglio di parole o di modelli e basta, ma esiste il passaggio obbligato verso una poesia come forma di vita proprio tramite la CONVERSIONE LINGUISTICA (basti il riferimento a Brofferio o a Norberto Rosa per capire fino a che punto si possa perdere il "deuit" e l’ispirazione senza la linfa e il sostentamento d’una tradizione e d’una lingua ancestrale). Emerge pertanto l’uso della poesia in lingua naturale come ricerca profonda d’identità e come strumento di conoscenza.

Nel caso specifico di Luigi Olivero e di Alfredo Nicola, per esempio, l’alternativa al piemontese non era l’italiano (come ricava dai suoi studi il prof. Gilardino) ma il silenzio (dopo aver carduccianeggiato e dannunzianeggiato da minorenni, avrebbero poi smesso, come tanti altri, senza individuare la loro autentica vena poetica, scovata poi da Pinin Pacòt - Giuseppe Pacotto - che mai si stancò di incitarli). 

Nota al testo : gli studi citati del professor Sergio Maria Gilardino, già ordinario alla Mc Gill University di Montreal, ora direttore del Centro Lessicografico di Comboscuro, sono contenuti negli Atti del XI Convegno Internazionale di Studi sulla Lingua e la letteratura Piemontese del 1994 in “ L’ardità dij Brandé”.

 

Chi sono i Piemontesi?

Il quadro geografico unitario che noi oggi diamo per scontato, storicamente è stato (e in particolare per il Piemonte) così travagliato che riportarne in vita le stratificazioni e le esperienze umane diventa un’impresa davvero ardua.

L’area che oggi riconosciamo come Piemonte in realtà non si è sempre chiamata così, né i suoi abitanti furono sempre noti come piemontesi. Anche quando ebbe altri nomi la “regione” non era comunque considerata entità geografica unitaria, individuata da confini naturali. Le attuali frontiere sono frutto d’una lunga successione  di vicende politiche ed il suo nome, in uso ormai da ottocento anni, ha ricoperto varie accezioni prima di applicarsi all’odierna configurazione amministrativa.

Perché parlo di storia e di geografia?

Perché coloro che amano, come me, usare la lingua ancestrale come strumento di conoscenza e ricerca profonda d’identità, amano anche scavare per ritrovare risposte al loro modo di agire (non sono “passatisti”), lo fanno proprio analizzando la storia dei luoghi dove abitano e confrontandola continuamente con le altre zone che nel tempo si sono integrate (vedi Asti, praticamente francese fino al 1700, o il Monferrato gonzaghesco).

Dai ventidue rotoli riguardanti incassi e spese della Castellania di Moretta e Villanova Solaro (il mio paese natale), redatti dal 1295 al1362 e conservati nell’archivio di stato di Torino vengo a scoprire, ad esempio, che nel rotolo n° 8 si fa riferimento esplicito al “furno de novo facto et edificato”, poi divenuto proprietà del Comune fino al 1958, quando venne acquisito da mio padre!

Terra privilegiata per il passaggio degli eserciti d’ogni provenienza, il Piemonte vide la sua gente sopportare violenze inaudite, espropri e pestilenze continue, dunque così si può anche spiegare l’unica grande rivolta contadina dell’Italia medioevale, causata dall’esasperazione delle comunità del Canavese contro le angherie signorili. 

I signori venivano infatti espulsi dai loro castelli proprio per l’azione di questo movimento popolare organizzato (che fece comunque pochissime vittime), chiamato subito tachinaggio per assimilazione alle rivolte contadine della Francia meridionale (durò cinque anni l’azione, quando il popolo venne pacificato dai negoziati che pervenivano, finalmente, ad alleggerire opportunamente il regime signorile). 

Sempre nella nostra terra si assiste, già nel 1305, ad un evento politico modernissimo: quello della riunione in assemblea di tutti i soggetti politici d’uno stato (il marchesato del Monferrato), addirittura in sostituzione del principe (in alternativa al dialogo, visto che il marchese Giovanni era appena morto senza lasciare eredi); intervennero ben 67 vassalli (rappresentanti delle famiglie nobili del Piemonte) e 59 deputati delle comunità rurali soggette al marchese. Nel resto d’Europa cominciavano a diffondersi le assemblee parlamentari proprio nei primi anni del ‘300 e la prima risaliva al 1302 (Filippo il Bello, re di Francia, la riunì nel momento “clou” del suo conflitto con il papa Bonifacio VIII°). 

Le notizie storiche sono tratte dall’interessantissimo volume del prof. Alessandro Barbero, ordinario di Storia Medioevale all’Università del Piemonte Orientale, “Storia del Piemonte, dalla preistoria alla globalizzazione”, e da “Villanova Solaro. Dieci secoli di storia” del Dott. Giuseppe Vacchetta, studioso di araldica, mirata al marchesato di Saluzzo.

Quand’è nata la lingua piemontese? 

Da : Bruno Villata , Concordia University, Montreal “Il piemontese e il suo posto tra le lingue romanze statali” Atti dell’XI Congresso Internazionale, 1994.
 

È impossibile stabilire date precise per le “transumanze linguistiche”, ma una prima esplicita testimonianza d’una lingua volgare diversa dal latino (lingua ufficiale per eccellenza) proviene sicuramente da quel Concilio di Tours famoso (813), dove i vescovi decidevano di consiliare ai parroci l’omelia nella “rustica romana lingua” per essere compresi meglio dal popolo (l’area che ora è definita Piemonte allora era soggetta allo stato di Tours e la lingua era chiaramente vicina a quella delle regioni a sostrato celtico della Gallia, come dimostra la persistenza di fenomeni come la u e la eu, insieme ad altri particolari forme consonantiche. Più avanti, l’antico volgare venne poi sempre più influenzato dal francese e, dal 1800, anche dall’italiano. Il  piemontese ha conservato tuttavia la sua identità (l’esistenza di questa lingua popolare dalle caratteristiche lessicali e fonologiche proprie è già evidente in testi del XIV – XV secolo, quando il latino si infarcisce ormai di termini locali nelle varie aree) e mantiene le sue peculiarità rispetto alle lingue romanze nazionali in suoni vocalici come la ë (fërté, sëcca) o consonantici come s-c (s-ciapé,ras-cèt, s-cianché  ...). 

Quella che nel latino volgare era e chiusa oppure i breve, in piemontese diventa ei ed in francese ua (scritto oi) come ad es. in tela – tèila – toile ; piper – pèiver – poivre ; mentre in italiano questa e si mantiene (ma anche in spagnolo e in portoghese). Altri esempi dell’identità del sistema linguistico piemontese sono i pronomi personali soggetto mi e ti (diversi da  io – tu, come  je e tu) cui va aggiunta la presenza dei pronomi verbali i – it – a – i – i – a, sconosciuti a qualunque lingua romanza statale (si vedano poi le forme interrogativve: cos – veusto ? ‘ndoa a van – ne ? ecc.) 

In ogni caso le lingue straniere (v. inglese) hanno contribuito largamente alla convergenza dei codici e dunque nemmeno le lingue statali sono più le stesse (globalizzazione) fino a perdere addirittura i loro valori semantici, che vengono associati ai termini omòfoni dell’inglese (ad es. cancellare e sopportare vengono oggi associati spesso al valore di annullare e sostenere per l’influenza dell’inglese. Nonostante tutte  queste considerazioni va precisato che, ferma restando la comune radice latina delle nostre lingue statali, vi sono lemmi che esistono solo in piemontese : limitandoci anche solo alla lettera a, troviamo ampola, ardrissè, armognan, arbra, arzighè ... Nel vocabolario tematico troviamo  barba, magna, madòna, mëssè, tòta, oppure  cadrega, mantil, cassul, trabial, e anche morè, pruss, magnin, fò ... Per non parlare dei termini che, come abbiamo già osservato per l’influenza inglese, hanno significato opposto in italiano (v. piumé in piemontese significa spennare, in italiano piumare sta per mettere le piume);  le espressioni idiomatiche poi si distanziano anni luce dalla struttura cui è associato il termine (dé ‘l bleu, deje ‘ndrinta, dé ‘l can, dé sota ...). 

Il problema del piemontese quindi non è l’identità ma la sopravvivenza.

Candida Rabbia

Aggiungi commento