Candida Rabbia

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CANDIDA RABBIA

Nata a Villanova Solaro (CN) vive e lavora a Cuneo.

Cultrice delle tradizioni, della lingua e della letteratura del Piemonte (si è laureata al Politecnico di Torino con una tesi sulla legislatura e la politica urbanistica in Piemonte prima dell’Unità d’Italia), evidenzia, alle radici della sua espressività, un legame inscindibile tra pittura e poesia. Da dodici anni è docente di Storia dell’Arte al Liceo “Silvio Pellico” di Cuneo (dove ha anche avviato il progetto “Dal grech al piemontèis”) ma ha insegnato Educazione Artistica per molti anni nelle Scuole Medie della Granda.

Collabora con varie riviste di cultura e poesia e, dal 2006, è nel Comitato di Redazione de “La Slòira”. Ciò che prende vita dalla sua produzione “… proviene dai confini marginali dell’esistenza uno stile basso legato alle cose quotidiane e spesso condito d’ironia, ma che non ha molti cultori, anche se i più rinomati in questo genere letterario si ritrovano già nei tempi più antichi della nostra storia.” (G. Goria)


 

ARTEOTTO 2013, risposte a Luciano Jolly

2013-10-27 locandina arteotto

Alla chiusura della 4ᵃ Rassegna d’Arte Contemporanea di ARTEOTTO 2013, evento organizzato dall’Associazione Cquadro(Città di Cavallermaggiore, 12-27 ottobre 2013), alla quale ha partecipato anche Candida Rabbia, la stessa non può esimersi dal rispondere alle importanti DOMANDE che lo scrittore/psicologo Luciano Jolly pone agli artisti (e sugli artisti) in apertura al bel catalogo (Percorsi – Artisti – Favole) realizzato, come la stessa iniziativa, con il CSV Società Solidale.

 

L. Jolly pone alcune significative domande che riguardano il ruolo dell’artista, chiedendo, per esempio, “In che modo l’arte potrà portare chiarezza in questa nostra realtà “sporca””;
riferendosi alla favola (uno dei temi della mostra) si chiede
“Quante famiglie sono costrette nel mondo a vendere i figli per fame?”
e ancora
“Chi è più feroce : il lupo animale o quello umano?”

L’esposizione delle opere, avendo coinvolto locali pubblici e chiese dove lavorarono i maestri della pittura e della scultura, provocano in Jolly altre domande
“Saprà la pittura moderna eguagliare lo splendore dell’antichità? É lecito dipingere un fiore quando un miliardo di persone non mangia a sufficienza ?”

La serie di domande prosegue : tocca i problemi come la disoccupazione, l’economia, la politica, intercalando quesiti su quale sia la via da prendere per l’artista di oggi (quella della seduzione o della bellezza ? Quella che crea nuovi simboli ? . . . )

La domanda conclusiva è la più stringente
“L’artista contemporaneo ha un’idea del futuro che si augura per l’umanità?, ha delle proposte da fare? L’uomo deve ancora realizzarsi, quale il cammino dell’artista per aumentare la coscienza collettiva?”

 «É necessario, non solo lecito, dipingere un FIORE (anche se un miliardo di persone non mangia a sufficienza).

É necessario, anzi d’obbligo, fare chiarezza in questa realtà macchiata dove, più d’un tempo, molte famiglie sono costrette a VENDERE i figli per forza.

Vanno INDIVIDUATI gli ORCHI che sottraggono i risparmi ai POLLICINO, (quelli che formano il BOP¹ – la parte… bassa della piramide- e che devono rimanere isolati in termini culturali , per poter essere sbranati senza che manco sentano il bisogno di urlare).

Il LUPO umano è quello dal quale oggi dobbiamo guardarci più ancora di ieri, perché è travestito di tutto ciò che più ci alletta (altro che da nonna di Cappuccetto Rosso).

A quante altre domande l’artista d’oggi può e deve rispondere! (Reggere il confronto con l’antichità, rendere la complessità del mondo odierno, affrontare gli animali che lo travagliano nell’intimo, e via così all’infinito) : caro Luciano Jolly come hai ragione!

L’arte si è sempre rivolta al BELLO nei periodi bui, sporchi, della storia umana (lo affermava Matisse, cultore dell’armonia e della “joi de vivre” allo stato puro, che “l’arte non deve farsi coinvolgere dalle brutture del quotidiano, poiché deve creare riserve cui attingere nei momenti di orrore della storia”)

Ce lo insegnavano per primi gli antichi: quando, dopo le guerre fratricide del Peloponneso la civiltà greca passò dalla democrazia all’egemonia macedone, nacque il fenomeno culturale dell’Ellenismo , un’arte dallo sconvolgente naturalismo che andava a permeare della cultura greca prima i regni dei Satrapi succeduti ad Alessandro e poi quella romana; un’arte che vedeva gli artisti impegnati ad esprimere l’uomo anche nelle sue debolezze e gli dei, caduti dall’Olimpo, come esseri comuni. Ma tutti indistintamente prendevano vita da un canone estetico elevatissimo, che anzi esaltava ancora di più quella cifra di bellezza ideale già propria dell’arte greca.

Saltando all’Età Gotica, quando il Medioevo vide tramontare piano piano la fissità bizantina impostasi al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, resuscitarono come per miracolo le culture ancestrali dei popoli d’Europa, con i loro idiomi (da “identità locale”, idiotismo), la loro arte, la loro anima (in opposizione alla secolare globalizzazione romano-latina) : rinasceva così anche il gusto raffinato dell’ornamento, la gentilezza dell’amor cortese, il riscatto dei popoli con la nascita dei Comuni; Dante, Petrarca, Giotto esaltavano l’uomo nuovo nella sua realtà quotidiana e nel libero arbitrio del suo lavoro. Eppure l’epoca era travagliata da guerre terribili(crisi dell’egemonia papato-impero, nascita della borghesia e conseguenti guerre civili tra Guelfi e Ghibellini, crisi economica del ‘300 e relative lacerazioni sociali) , da pestilenze che decimavano il 30% della popolazione europea, da distruzioni immani! La società infatti cercava conforto, in questi momenti terribili, nella spiritualità e l’arte è una dei più grandi nutrimenti per lo spirito (allora serviva anche a dare prestigio alle città).

IL RINASCIMENTO farà il resto volgendosi di nuovo all’antichità classica per trarne valori di armonia, humanitas, grazia e bellezza: un serbatoio d’ossigeno perenne per gli artisti, che cercano così di porre ordine almeno in quella che era la loro irrinunciabile espressione artistica (vedi il rinascere della prospettiva, delle proporzioni, di luci e chiaroscuri per la resa reale dei volumi). Ma anche in questo caso la RIVOLUZIONE ARTISTICA avveniva in un’Italia più che mai sconvolta, razziata di intere popolazioni isolane e costiere dalla furia dei pirati al soldo di Solimano il Magnifico… ma anche di Francesco I di Francia, che si era alleato con loro pur di ostacolare Carlo V (l’asburgico imperatore che saccheggiava Roma nel 1527 con i suoi Lanzichenecchi) intanto che Riforme e Controriforme religiose facevano il resto (uno scenario di non difficile rievocazione, dato che si ripresenta nel nostro quotidiano con i suoi nuovi mercanti di carne umana).

Ed ancora, fra ‘600 e ‘700, persino Londra (già allora fra le città più importanti d’Europa) era spaventosamente infetta, come emerge dagli scritti di Fielding e Defoe, o dai dipinti sferzanti di Hogart “Per la via del gin”. Le scene ripugnanti di brutture a cielo aperto superavano quelle dell’odierna Napoli e manco i ricchi ne avevano scampo; ma i delicati ritratti di Reynolds o di Gainsborough, come le “Lettere Colte” delle sorelle Lennox o “I viaggi di Gulliver” di Swift ci restituiscono ben altro !

Infine, se ci caliamo brevemente nell’ ‘800 tra i movimenti realisti ed impressionisti, che ritraggono finalmente l’uomo col suo sudore e il paesaggio nella sua mutevolezza dove l’uomo si confonde (avendo ormai perso il ruolo di protagonista), subito ci incalzano le Avanguardie del ‘900, a spazzare via del tutto le ultime zavorre: esse trasformano Parigi nella più grande cassa di risonanza dell’epoca, portandovi le radici e l’anima di tutti i paesi d’Europa (la cosiddetta Ecôle de Paris non era che questo!), con forme e colori mai visti che raccontano a fondo l’interiorità degli artisti, rinunciando addirittura alla mimesi.

Ma anche in questo caso l’assoluta rivoluzione culturale si manifestava all’alba dei grandi conflitti che avrebbero sconvolto il mondo, attrezzandosi per distruggerla quell’umanità che così drammaticamente aveva preso coscienza di sé , giocando a carte scoperte.

L’altalena potrebbe continuare all’infinto: i potenti d’ogni tempo, portata a segno la distruzione, divorati come sempre dalla loro inesauribile sete di possesso, tornano perennemente, nel disorientamento che segue, ad approfittare e a saccheggiare ciò che gli uomini di buona volontà riescono, ogni volta, a far risorgere.

Questo breve excursus torna utile al solo scopo di farci capire meglio che nemmeno l’arte nasce a tavolino, perciò uomini e artisti sono figli del loro tempo. Ognuno di essi si aggrappa, per riuscire a convivere col contingente, a ciò che di per sé appare, in quel momento, il simbolo più vero, l’àncora , la denuncia o l’esorcismo alle paure, la formalizzazione catartica che aiuta a procedere, che proietta speranza, che placa e consola. Per qualcuno è la necessità di tornare con i piedi per terra, per altri di fuggire nel sogno dall’ipocrisia martellante che ci disorienta, dagli spauracchi che ogni giorno si profilano all’orizzonte magari con semplici gesti, ridiventando nomadi, raccoglitori, pastori, narratori o mimi.

“Niente è più innaturale dell’arte” diceva Picasso, il quale, per sua stessa ammissione era, prima che pittore, un intellettuale con coscienza civile. É la sua “Deposizione del Minotauro in costume d’Arlecchino” del 1936 ( anticipa solo d’un anno Guernica) ed è realizzata per il sipario de “Le qatorze Juillet” di Romain Rolland, che con i suoi cento metri quadrati di superficie contribuiva alla messa in scena, con una forza straordinaria, dell’Iliade del popolo francese nei frangenti della rivoluzione del 1789.

In questa che non è più l’età del pane ma del superfluo(almeno nel cosiddetto mondo industrializzato e civilizzato), è diventata superflua la vita (lo affermava Pasolini già negli anni ’70)². L’orco che ci divora oggi è dunque sempre più nei messaggi fasulli che continuano ad imporsi alle masse, perciò l’artista ora dovrebbe drizzare di nuovo le antenne dell’anima, tornare ad emozionare NON i Galleristi, NON i miliardariᶟ, esaurendo i suoi sforzi in opere autoreferenziali e studiate ad hoc, ma proprio quella massa che troppo spesso anche lui considera poco più che un nugolo di moscerini fastidiosi e insignificanti ma che oggi, più di ieri, avrebbe i mezzi per capirla… la morale della favola : se solo potesse riappropriarsi di nuovo della propria anima.

Candida Rabbia 21/10/13, Sant’Orsola

 Nota 1 BOP : da bottom of the pyramid,

Nota 2 “Questo nuovo fascismo che è il consumismo ha trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere {…} altri modelli culturali. Non si tratta più , come all’epoca mussoliniana di una irreggimentazione superficiale, scenografica, ma di una irreggimentazione reale che ha ondizionato e rubato loro l’anima. {….}La vera intolleranza è quella della società dei consumi, della permissività fatta cadere dall’alto, voluta dall’alto, che è la vera, la peggiore, la più subdola, fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è tolleranza mascherata da intolleranza. {….} La cultura è sempre stata legata al potere, punto e basta. In questo modo si spiega il conformismo di tanti intellettuali di sinistra italiani. Un conformismo che sconvolge, che addolora, che avvilisce perché , secondo me, il conformismo è tremendo soprattutto quando è dalla parte giusta” Dall’intervista per il periodico “L’Europeo” n° 52 del 1974.

Nota 3, Attenzione, aspiranti- artisti dei Big! Un’artista del calibro di Élisabeth Louise Vigée Lebrun , tanto per citare un nome, è stata dimenticata dalla storia (pur essendo stata bravissima) perché era pagata in modo scandaloso e stratosferico dai reali di Francia e dalle varie nobiltà d’Europa proprio all’alba della Rivoluzione e anche dopo, quando artisti come David avevano ormai preso la strada della pittura sociale(vedasi Il giuramento degli Orazi, La morte di Marat, Le Sabine e La Battaglia delle Termopili) perché l’arte, proprio allora, diventava un mezzo potentissimo di riscatto dei popoli, avviati alla decisa conquista dei loro diritti.

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